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Piccola
Era Glaciale in Puglia e nel Salento

Una delle acquisizioni più importanti degli studi
storico-climatici di Le Roy Ladurie consiste sicuramente
nell’aver eliminato qualsiasi antropocentrismo nello
studio statistico del clima. I primi climatologi
avevano cercato di individuare per lo stadio di Ferneau (o
piccola era glaciale 1550-1850) una sorta di
ciclicità regolare nel ritorno di periodi caldi e freddi;
questa ciclicità era generalmente legata a cicli rientranti
nelle più varie sfere delle attività umane,
specificamente in quelle attività, come l’agricoltura,
che più avevano risentito degli andamenti meteorologici.
…
Consideriamo brevemente la situazione climatica attuale.
Da almeno un decennio si parla insistentemente di un
possibile cambiamento climatico globale. Dalla fine degli
anni settanta – decennio abbastanza freddo che fece pensare
al ritorno di un periodo di progressivo raffreddamento – in
tutto il globo, e specialmente nell’emisfero settentrionale,
le temperature medie hanno cominciato a salire
inesorabilmente in corrispondenza dell’innalzamento dei
livelli in atmosfera di Co2. È stato facile pensare, e lo è
soprattutto tuttora, che le due tendenze siano correlate e
che, l’attuale innalzamento della temperatura media
quantificabile a livello globale intorno agli 0.5-0.6°
potrà raggiungere livelli variabili da 2.5° a 6.0°. Ciò
comporterebbe su uno spazio temporale relativamente breve
uno stravolgimento totale della geografia attuale, una
ridistribuzione totale in pochi decenni delle varie aree
climatiche, un impatto sulle strutture economiche ancora
oggi difficilmente prevedibile, insomma una ridistribuzione
totale degli equilibri e dei rapporti di potere
socio-politico completamente diversa dalla distribuzione
attuale.
…
Non
abbiamo elementi per ritenere che la piccola era glaciale
abbia rappresentato per il clima pugliese niente di più se
non una esacerbazione e un’accentuazione di fenomeni tipici
del clima mediterraneo. Tra sei e settecento e per
tutta la piccola era glaciale, pertanto, non può essere
avanzata alcuna ipotesi nel senso di una radicale
trasformazione del clima mediterraneo, nella direzione per
es. di una migrazione più meridionale dei suoi tratti
caratteristici. Il clima pugliese, dunque, dovrebbe
aver conosciuto una semplice esacerbazione di tali tratti
caratteristici, vista la mancanza di migrazione verso lidi
più meridionali delle classiche colture pugliesi
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Attualmente, se si fa eccezione per le zone dell’Appenino
dauno e del Gargano ove forte è la
componente orografica che esalta i moti convettivi
determinando alte precipitazioni, la zone più
piovosa della Regione, che non può contare su
fattori orografici, è il Salento meridionale,
seguito dalle zone più interne delle Murge
tarantine e baresi
.…
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Se diamo per scontato o per valido l’argomento per analogia,
possiamo pensare che tra sei e settecento le aree con
diversa piovosità fossero sostanzialmente simili. Ora,
il dato immediatamente evidente è l’estrema complessità e
varietà del clima salentino sotto l’aspetto del parametro
delle precipitazioni; complessità che è solo poco meno
accentuata per l’altro parametro fondamentale, quello delle
temperature, mediamente più alte nelle minime e nelle
massime sulla zona ionica e sempre più fresche man mano che
si procede verso l’Adriatico.
...
Dal 1880 ad oggi viviamo un periodo climatico che già Le Roy
Ladurie denominava come periodo di “miglioramento”.
Per l’Italia in particolare si sono osservate dal 1951 ad
oggi:
1)
aumento
progressivo delle temperature medie;
2)
diminuzione dal 15% al 30% delle precipitazioni medie;
3)
aumento
dell’indice di piovosità (specie per il Nord) dato dal
rapporto tra volume della quantità caduta sul m² in una
determinata quantità di tempo.
Le cronache climatiche in Terra di Bari tra il 1550 e il
1850
Il Seicento segna per l’Europa un generale declino
economico avvertibile soprattutto nel comparto agricolo.
Dalle cronache di Terra di Bari possiamo certamente
presumere che ciò sia stato il caso anche per la Puglia (o
per parte di essa):
«Gli effetti della crisi seicentesca si appalesano in
maniera assai nitida sia nell’andamento delle nascite, sia
nel progressivo abbandono delle terre coltivate, in
particolare i vigneti. … La pastorizia prende il sopravvento
e negli ultimi trent’anni del secolo diventa una delle
principali risorse della Puglia»
Si sa che un ritorno alla pastorizia a partire dalla
frumentocoltura segna un generale regresso in agricoltura.
Cerchiamo di capire quanto vi abbia contribuito il clima.
Nel Seicento si ha una la lunga e persistente incidenza
della siccità.
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Dalle cronache di terra di Bari riportate dal Palumbo,
possiamo vedere un’impressionante serie di siccità sin dal
1558, in cui manca il raccolto delle olive, e tra il 1562-64
in cui viene a mancare anche il grano. Nella zona del
Molfetta la siccità si abbatte anche nel 1601-02 e, a
stare alla penuria di grano e olio, ininterrottamente dal
1603 al 1608, a cui segue una grande gelata nel 1610.
Considerando le annotazioni quali “mancamento d’intrate” che
il Palumbo riporta dalle cronache di Molfetta e di Acquaviva
e che segnalano la scarsa produzione di olio ed olive, la
siccità persiste nel 1615-18, nel 1621, nel 1636 e nel 1639
e, con una serie impressionante, dal 1639-40 al 1642-47, dal
1651 al 1654, e, soprattutto, dal 1659 al 1669 pressocché in
maniera ininterrotta.
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Per il Settecento si segnalano le siccità del primo decennio
(1703-05, 1707-08), quelle del 1775-76 e un’infinità di
piccoli episodi siccitosi limitati nel tempo che, però, date
le strutture agrarie e, soprattutto, l’incidenza di altri
fattori climatici quali le ondate di freddo, devono
aver inciso ugualmente in maniera pesante sulla produzione
di olive e di olio.
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Se la siccità è la nota caratteristica del Seicento, si
aggiunge quella della notevole influenza del
freddo, che impone la sua presenza almeno sino
al 1816 (l’anno senza estate per tutta
l’Europa).
Mentre nel Seicento si ha ragione di pensare a due
grandi episodi di gelate, nel Settecento sono
ben sei gli episodi simili, i quali, evidentemente,
vanno ad aggravare nell’ottica del lungo periodo
umano le vicende nella produzione agricola
dell’olio. Per cause, dunque, in buona parte
addebitabili a tali fattori, possiamo pensare che
ad aver subito dei danni sia stata la produzione
cerealicola per molta parte del Settecento |
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«Nel periodo compreso tra il 1638 e il 1779, gli
estensori delle cronache leccesi forniscono notizie
esplicite o indirette su ben ventitré annate di carestia,
di raccolte sterili e penuriose, di alti prezzi del grano e
di invasioni di bruchi».
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Ma durante il Seicento, oltre alla siccità e agli episodi di
freddo intenso, sono anche gli episodi di piogge dirotte a
conquistare la cronaca in Salento, come quelle che
investirono la provincia per cinque mesi dal dicembre 1678
che furono la causa di carestie e della morte di oltre 2000
persone.
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Abbiamo dunque, nel periodo di riferimento, una sostanziale
similarità e sovrapponibilità delle condizioni
climatico-ambientali ed economiche nelle due sub-regioni.
D’altro canto, certi episodi siccitosi, come quello
lunghissimo dal 1659 al 1669 o di forte freddo, è
impensabile abbiano avuto un’incidenza esclusivamente
microclimatica, localizzata, dunque, alla Terra di Bari, ma
è più probabile abbiano colpito l’intera Puglia se non tutto
il Mezzogiorno in generale.
Anselmo Caputo
Collaboratore SuperMeteo.com
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