I FIUMI DEL SALENTO
Idrografia superficiale del Salento: i fiumi tra piene e straripamenti
Nella vulgata comune la terra di Puglia, il Salento in particolare, sarebbe una terra priva di fiumi. Da sempre tutti noi, sin dalle prime classi di scuola, abbiamo ascoltato questo ritornello, sicuramente non falso, ma che, molte volte per la sua lapidarietà, almeno agli occhi di chi scrive, risultava poco evidente, non chiaro per ogni possibile aspetto della questione. È vero, l’unico autentico fiume in grande stile della Puglia è l’Ofanto, le cui polle (sorgente), tra l’altro, si trovano in territorio irpino, e che nella nostra Regione scorre poco più a nord, con una portata non trascurabile, della città di Barletta. Nella provincia di Foggia, molto più piccoli dell’Ofanto per portata, vi scorrono il Fortore e il Candelaro, sorta di importanti e ampi canali che, più dell’Ofanto, si caratterizzano per portata a regime torrentizio, si gonfiano, cioè, come gran parte dei fiumi che scendono in Italia dai crinali appenninici, durante le piogge, per poi, in mancanza di queste, esaurirsi inesorabilmente fino a seccarsi in estate.
Che esista, quindi, una idrografia superficiale “fluviale” anche nel Salento è cosa che non solo non viene insegnata da nessun libro scolastico e in nessuna scuola, ma è anche passata sotto silenzio per due ordini di motivi: certamente questa idrografia non è imponente sì da poter definire questi torrenti come “fiumi” veri e propri; in secondo luogo, le opere di regimentazione degli stessi, fatte dall’uomo molto spesso ne hanno irrimediabilmente cambiato l’identità: quasi tutti, ormai, sono cementificati per opere di bonifica posteriori agli anni ’60, intraprese per ovviare alla questione annuale della loro pulizia. Così, quello che un tempo sembrava, come era, un’opera dello scorrere spontaneo delle acque, cominciò a sembrare semplicemente un’opera umana, niente, dunque, potesse assomigliare ad un vero e proprio “fiume”.
Eppure la nostra terra, il Salento, non è solo quella terra che possa dirsi, secondo slogan orami abusato per ragioni commerciali “sule, mare, jentu”; c’è un elemento, in questa “iconografia” classica e pseudoletteraria che manca: l’acqua e il suo regime torrentizio durante la stagione delle piogge. Cercherò quindi, per quanto mi sia possibile dalle limitate conoscenze, di restituire una certa identità a questo elemento, forse il più fondamentale nella plasmazione fisica della nostra Terra.
Sì, perché quando milioni di anni fa il Salento cominciò ad emergere dal mare per forze tettoniche contrarie alla subsidenza che l’avevano tenuto al di sotto della superficie dello stesso, chi ne ha contribuito a plasmarne le sembianze in modo decisivo non sono stati tanto il vento o il mare medesimo, ma il mutuo concorso dell’acqua piovana e altri fattori climatici, come l’elevata umidità. È nota a chiunque, infatti, la natura carsica del nostro territorio, delle nostre rocce: tecnicamente si definiscono rocce fortemente carbonatiche e con alto potere di fessurabilità: in parole povere, sono molto ricche di calcio, trasformabili in carbonato di calcio, e sono, per lo stesso motivo, facilmente penetrabili, anche in profondità, dalle acque piovane. Dunque, sia la superficie di questa terra sia quanto ne è immediatamente al di sotto deve la sua attuale facciata al lavoro instacabile delle precipitazioni, le quali, in tempi ormai remoti, interagendo altresì con un clima complessivamente più umido, hanno costituito fonte e possibilità di trasformazione della natura del terreno medesimo, in cui si sono progressivamente accumulati alcuni elementi chimici, gli ossidi di ferro, ad esempio, che conferiscono alla terra il suo particolare colore rosso, piuttosto che altri.
A quel tempo i fiumi nel Salento c’erano ed erano più imponenti di oggi, così come erano molto più imponenti di oggi i fiumi lucani, appunto per la presenza di un clima simil-tropicale più umido e piovoso. Ed erano individuabili soprattutto perché le attuali altitudini del terreno non erano ancora state del tutto raggiunte e, pertanto, mancando ancora elevata fessurabilità, questi fiumi non aveva ancora del tutto incontrato ragione e causa di un loro inabissamento. Fu questo che lentamente, lungo migliaia e migliaia di anni è successo: i nostri corsi d’acqua, mentre co-determinavano la natura del terreno in cui scorrevano, piano piano si inabissavano proprio per la natura del terreno che formavano.
Quest’opera di scavo da parte delle acque superficiali piovane ha determinato almeno due fenomeni tettonicamente ben visibili: le lame carsiche e le vore.
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Le prime sono specie di avvallamenti, a volte lunghi qualche km, e variamente profondi, che in occasione di precipitazioni intense e continue si riempiono d’acqua e riacquistano le antiche sembianze di fiumi: se ne contano tanti, e particolarmente significativi sono quelli nelle zone a sud di Ugento che raggiungono profondità ragguardevoli (intorno ai 20 m), nella zona delle serre di Alessano, appena a nord dell’abitato di Santa Maria di Leuca, come anche la lama carsica a nord dell’abitato di Sannicola, quella che spacca il centro abitato di Santa Maria al Bagno, ovvero quelle presenti nel fitto del Parco Naturale di Porto Selvaggio. |
Lama carsica di Ugento |
La lama carsica, oltre che a riempirsi di acqua e ad avere l’aspetto antico, in quei frangenti, del fiume, è l’indice, il sintomo di qualcosa di più profondo: è esattamente la traccia superficiale di un corso d’acqua più o meno speculare che vi scorre in profondità.Trattasi evidentemente dello stesso corso d’acqua che anticamente era molto più superficiale e che col tempo si è inabissato. Altra cosa le vore: enormi inghiottotoi, a mo’ di grotte, dentro cui, spesso, vanno a finire i veri e propri, residuali, fiumi salentini. Se ne contano tantissime, le più importanti delle quali si trovano a Leverano, Salice Salentino, Guagnano, Marittima, Tricase, Diso, Andrano, solo per citare alcune località.
Ebbene, quali sono, allora, questi fiumi del Salento? Cominciamo da quelli adriatici.
Il più importante è sicuramente l’Idro, a cui si deve lo stesso nome di Otranto. Ha un percorso di circa 5 km, trovando le sue sorgente negli agri di Uggiano la Chiesa, Minervino, Giurdignano, luoghi all’interno dei quali, in una specie di tortuosa valle, scava il suo percorso. Le località precise di sgorgo delle acque sono: “Fao”, “Fontana Restinco”, “Monte Sant’Angelo”. Altre fonti sono quelle denominate “Carlo Magno”.
Con portata sicuramente inferiore è il fiume Idume, che sfocia nei pressi di Torre Chianca e Torre Rinalda, nell’alto adriatico leccese a largo di Trepuzzi e Squinzano; sgorga da due sorgenti: l’una che si origina dalla rocce calcarea, arenacea, mentre la seconda trae origine da rocce di pietra leccese. Le sue acque scorrono anche nel pieno centro della città di Lecce, e come l’Idro è stato vittima dello sprofondamento carsico di cui prima ho parlato. Le sue acque provengono da piccoli crateri a forma di imbuto, varie polle che alimentano poi un’unica corrente sfociante nelle sopra menzionate località.
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Fiume Chidro - foto fondali.it |
Fiume Idro (Otranto) - foto villaggiotranto |
Altro fiume “leccese” è il Gianmatteo: conta due ramificazioni, una che va verso il mare, l’altra che si dirige verso il lago Acquatina, nell’agro di Frigole.
Un insieme di fiumi sgorgante da polle sottorrenee, poi, può essere considerato tutto il sistema del Laghi Alimini-Fontanelle, esattamente perché l’acqua risulta essere salmastra soltanto per la vicinanza al mare e per il fatto che tali Laghi non sono formati non da acqua stagnanti, ma, appunto, da acque sempre in movimento, alimentate da sorgenti profonde.
Nel territorio di Melendugno, in contrada “Masseria Brunese”, vi è un altro corso d’acqua alimentato da tante sorgenti, meno importanti delle sorgenti sin qui menzionate, ma sembra comunque abbastanza corpose da permettere un tempo l’irrigazione dei campi circostanti tutto l’anno.
Nell’agro di Uggiano si origina il fiumiciattolo delle “Spinose”, lungo al massimo quindici metri, eppure capace di una portata di mille litri al secondo di limpidissima acqua. Altri fiumi minori sono il Tagliatelle, il Campolitrano, il Cacari a Vernole, il Cassano, il Brunese, il Tamari a Melendugno, il Correnti a Castro che alimenta le enormi polle di acqua dolce che si gettano vicino al porto di questa cittadina, visibilissime a occhio nudo e, sempre vicino a Castro, le polle dell’ “Acquaviva”.
Tocchiamo ora l’altro versante, quello ionico, non meno ricco di acque. Comincio col menzionare il più importante di tutti, forse, per portata, superiore allo stesso Idro, il Chidro, che sfocia nello Jonio presso l’agro di Manduria, le cui fonti si trovano in San Pietro in Bevagna. Abbastanza imponente la sua portata: in piena foce, a contatto con il mare, l’acqua limpidissima vi sgorga da un insieme di polle, la maggiore delle quali ha portata tale da non permettere a eventuali subacquei, senza essere trascinati dalla sua corrente, di stazionarvi vicino. Poco più a nord, ancora più importante è il fiume Ostone, lungo 10 km e che sgorga in mare presso l’agro di Lizzano.
Più a sud, nel leccese, è da menzionare per la sua importanza e per una portata quasi costante per tutto l’anno il fiume (ormai chiamato “Canale”) dell’Asso: le sue sorgenti si trovano a metà tra gli agri a nord di Supersano, a sud di Collepasso e a sud-ovest rispetto a Cutrofiano. Attraversando questi territori passa per l’agro di Neviano, di Aradeo, quindi, a ovest di Galatina, si dirige verso gli agri a nord di Galatone, per trovare il suo termine in una vora sita a nord di Nardò. In occasione di precipitazioni molto forti costituisce fonte di seri problemi per gli agri di Galatone e Nardò, i quali molto spesso vengono allagati. Tenuto conto che, purtroppo, vi si fanno confluire le acque di un depuratore del magliese non perfettamente pulite, si può intuire quanto le sue tracimazioni possano essere dannose anche per la salute pubblica.
Più a ovest sono da ricordare un sistema di canali che si originano dalla Serra che si erge da Sannicola e che continua verso Parabita, Collepasso, Matino. Presso Sannicola traggono origine una serie di canali che convogliano tutti le loro acque in un unico canale, non costante durante l’anno, che sbocca nei pressi di Rivabella. Da segnalare sono piuttosto, tutti i sistemi di acque sorgive, costiere, joniche che in queste zone sono assai conosciute dagli abitanti. Una, in particolare, scorre sotto una lama carsica a Santa Maria al Bagno per sgorgare in pieno mare, a qualche km dalla costa, con portata costante tutto l’anno. Era conosciuta anche dai Turchi, che all’epoca delle loro scorrerie nel Mediterraneo tra ‘400 e ‘500 la usavano per approvvigionarsi di acqua dolce senza approdare in terraferma.
Importanti, tra l’altro, come sistemi costieri che traggono origine probabilmente da sistemi fluviali sotterranei, sono, a nord del parco Naturale di Porto Selvaggio, le Paludi del Capitano.
Più a sud abbiamo una serie di canali abbastanza ampi che, originandosi dalle colline matinesi, sfiorano le campagne a sud di Alezio per gettarsi nelle paludi, da essi alimentate, a sud di Gallipoli, in località “Baia Verde”; in occasione di precipitazioni cospicue possono raggiungere portate ragguardevoli.
Va da sé che i nostri fiumi assumono una tale veste in occasione di grandi e importanti precipitazioni: in queste occasioni possono avere oltre che PORTATE DEGNE DI RILIEVO, anche una certa pericolosità. Cito solo alcuni eventi in ordine di tempo.
Negli anni 1990 e 1993, in entrambi i casi alla fine di novembre e l’inizio di dicembre, le lame carsiche di Ugento (v. foto) si riempirono completamente, investendo con la loro portata d’acqua strade e campagne. Stessa sorte per quanto riguarda la lama carsica di Sannicola, la quale ebbe modo, nel novembre del 1993, di trasportare acqua per ben 4 giorni consecutivi, e per il torrente Asso che allagò puntualmente le campagne tra Galatone e Nardò. Nel settembre del 1999, sempre la stessa lama carsica sannicolese, dopo un temporale durato un’ora e 45 minuti che scaricò oltre 100 mm di pioggia, che si aggiunsero a numerosi altri mm caduti nella stessa mattinata e nei giorni precedenti, si riempì completamente allagando scantinati e interrompendo la circolazione stradale nella strada principale del paese, sebbene temporaneamente. Del 2004 è lo STRARIPAMENTO, a seguito della storica alluvione del 13 novembre, della stessa lama carsica sannicolese (sul paese caddero 324 mm in poco più di 12 ore e 230 a Gallipoli), e del torrente Asso, il quale allagò non solo le campagne sopra ricordate, ma anche quelle tra Neviano e Aradeo. Più a valle si ebbero numerosi danni negli abitati di Lido Conchiglie e Rivabella, dove numerose automobili furono trascinate in mare e dove, per più di 24 ore, gli abitanti ebbero modo di constare per oltre 200 metri dalla riva il mare rosso per via della terra trasportatavi in grande quantità dai vari torrenti. Dell’ottobre del 2008 e dell’ottobre dello scorso anno sono le esondazioni dell’Idro a Otranto: molto imponenti e avvenute a seguito di precipitazioni ben superiori ai 100 mm giornalieri a seguito di altre copiose precipitazioni verificatesi nei giorni precedenti. Di appena 15 giorni fa è il riempimento, quasi critico, della vora di Supersano a seguito di una precipitazione assai intensa nella zona concentratasi in pochissimo tempo, che solo la casualità ha voluto non provocasse danni a cose o persone.
Tutto ciò, naturalmente, per ricordare solo alcuni, pochi eventi di tal consistenza, che gli annali e le nostre cronache sono tanto più ricchi quanto più si va nel passato (famosa l’alluvione del 7 ottobre del 1957, con 314 mm caduti in 14 ore su Ruffano) che ebbe modo di otturare per giorni le vore, o, ancora, le alluvioni nello stesso mese nel 1951, quando, paesi come Andrano, Diso, Presicce erano letteralmente sommersi dall’acqua e gli abitanti costretti a muoversi paradossalmente in barca. Insomma, i nostri possono sembrare certo fiumiciattoli, ma sono sempre capaci, in ogni momento, a riacquistare le antiche sembianze di fiumi non appena si verifichino grandi precipitazioni.
Questo vuol rappresentare un piccolo sguardo a parte dell’idrografia superficiale salentina. La sua esiguità, come dicevo prima, è da attribuirsi sicuramente alla natura del terreno che pure essa ha contribuito in modo prevalente a creare. Molto più cospicua, tale da essere seconda soltanto ai sistemi di falda freatica marchigiani e, soprattutto, friulani, entrambi carsici, è l’idrografia sotterranea del Salento: in nessuna zona d’Italia il ritmo di sostituzione delle acqua profonde è così veloce come in Salento, per via della fessurabilità dei suoi terreni, in nessuna zona d’Italia la falda freatica superficiale comincia a regalare le sue acque già a pochi metri di profondità. E ciò nonostante la piovosità media non certo altissima (700 mm), ma certo non desertica come nell’immaginario comune, la quale, proprio per la natura del terreno e in mancanza di pendenze eccessive, rende disponibile nei mesi autunno-vernini immense quantità di acqua dolce, impossibilitate a scorrere e a disperdersi direttamente in mare.
Proviamo a spiegare graficamente tutto ciò:

Immaginiamo che la prima figura rappresenti le precipitazioni su un territorio relativamente pianeggiante e con caratteristiche estremamente carsiche come il Salento; supponiamo che la media precipitativa nel semestre ottobre-marzo sia di 500 mm. Accostiamo, ora, questa situazione con un’altra tipologia di terreno, montano e con presenza di rocce relativamente non permeabili o con terreni argillosi che facilitano lo scorrere delle acque superficiali, supponendo che nello stesso periodo vi cadano 1000 mm: l’acqua a disposizione per la falda sarà nella seconda situazione, nonostante le precipitazioni che possono essere superiori per motivi orografici rispetto alla prima situazione, sensibilmente inferiore, in quanto la natura del terreno, scosceso e argilloso, facilità la formazione dei fiumi e lo scorrere verso il mare delle acque piovane. Se si tiene conto che gran parte del territorio appenninico e alpino condividono una situazione del secondo tipo, si spiega la quasi unicità della situazione salentina, la quale possiede una grande disponibilità di acque di falda superficiale e profonda a fronte di una piovosità media non eccezionale tale da poter dire, autenticamente, che la nostra è una terra che galleggia letteralmente, come una zattera, sull’acqua.
Ma questo dice anche come l’identità geografica di questo lembo d’Italia la si deve proprio a questo elemento, che, nel bene e nel male, ne scandisce i tempi e le sembianze.
Salento: non esclusivamente “sole, mare, vento”, ma anche, e soprattutto, acqua.
Anselmo Caputo
Staff SuperMeteo
data pubblicazione: lunedì 25 Ottobre 2010 - ore 09.00
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