Verso una
meridianizzazione del clima?
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In questo articolo intendo discutere, attraverso una
disamina sia pur veloce di alcuni dati statistici, la
plausibilità di alcune prese di posizione climatologiche per
l’area mediterranea, in particolare per l’Italia.
A tutt’oggi l’unico dato veramente certo nell’ambito del
coacervo di teorie che vengono lanciate da climatologi e
studiosi vari sul possibile futuro climatico planetario e
mediterraneo in ispecie, è che, almeno dal 1880 a questa
parte (ossia dalla fine della cosiddetta “Piccola era
glaciale”), la temperatura terrestre si è inesorabilmente
alzata, nei valori medi, di oltre ½°.
Già da
tempo, almeno dall’inizio della prima metà degli anni
novanta, per lo scacchiere mediterraneo, si è avanzata
l’ipotesi che, ferma restando una velocità di incremento
delle temperature medie simile anche per il secolo presente,
gran parte dell’Europa mediterranea, incluso il sud Italia,
sarebbe andata incontro ad inesorabili fenomeni di
impoverimento dei suoli e di desertificazione dovuta, per lo
più, ad una contrazione delle precipitazioni. |
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La teoria che più o meno frequentemente viene lanciata e
accreditata vorrebbe un incremento delle precipitazioni al nord,
specialmente per le zone prealpine ed alpine, fino a fare del nord
Italia una zona quasi a clima pluviale, e, come già menzionato, un
forte decremento precipitativo al sud. Cercherò di discutere questa
teoria sulla base dell’andamento climatico dell’ultimo decennio (su
base statistica, benché locale).
Stante il dato inconfutabile dell’aumento della temperatura
media planetaria, a tutt’oggi non si assiste assolutamente ad un
incremento delle precipitazioni al nord Italia, come si può
evincere da numerosi studi (ne cito uno a titolo d’esempio di
Buffoni, Maugeri, Nanni, Precipitation in Italy from 1833 to 1996,
Theoretical and Applied Climatology, 63, 1999); ciò che aumenta è
solo l’indice di piovosità, ossia il volume d’acqua che cade nel
tempo “t” assunto come riferimento, a fronte, invece, di un
decremento totale precipitativo che arriva ad essere pari anche al
30-35% delle medie normali. Ora, non sembra lecito attendersi, a
fronte di un continuo aumento della temperatura media in
questo secolo, un’inversione di tendenza, sebbene sia lecito
attendersi una maggiore incidenza di episodi precipitativi violenti,
a meno che la diminuzione sinora avutasi non possa più essere
correlata all’aumento delle temperature e al “protagonismo”
anticlonico alle nostre latitudini, così come la teoria ad oggetto
tende a fare. D’altro canto, una correlazione tra aumento delle
temperature medie, invasioni d’aria sub-tropicali e staticità
atmosferica per la presenza continua degli anticloni, specie in
inverno, è cosa ancora in via di dimostrazione.
In termini numerici assoluti, poi, il decremento
precipitativo, specie negli ultimi sei anni, è assolutamente
maggiore nel nord Italia: in questa zona, infatti, nonostante un
aumento delle precipitazioni sensibile negli anni ’90 rispetto agli
anni ‘80 (anni in cui si concentrano le maggiori alluvioni degli
ultimi 25 anni in Italia) si assiste ad un drammatico decremento
precipitativo di gran lunga maggiore rispetto al centro-sud
Italia (ove, tra l’altro, sarebbe tutto da confermare)
accompagnato da un aumento delle temperature medie molto superiore
rispetto a quello del resto della Penisola. A cosa attribuire questo
andamento climatico? Sicuramente il fattore prossimo più evidente è
l’oscillazione nord-atlantica dell’anticilcone delle Azzorre, la
cosiddetta Nao, i cui valori negli ultimi 20 anni sono
considerevolmente cambiati. Negli anni ’90 sia le medie che le alti
latitudini europee (e quelle alte italiane) hanno potuto beneficiare
di un attività atlantica abbastanza pronunciata, la quale, pur
alternando periodi anomali di siccità, ha garantito un sufficiente
apporto di perturabazioni e correnti responsabili, in genere, delle
grandi precipitazioni nel nord Italia. Dalla fine degli anni ’90 in
poi si assistito, invece, ad una progressiva accentuazione della
meridianizzazione negli scambi atmosferici, con valori di
pressione sempre più positivi alle medie-alte latitudini e valori
bassi alle basse latitudini. In queste condizioni e laddove gli
scambi non vadano a privilegiare il Mediterraneo occidentale
(Penisola Iberica), si verifica in genere una forte ciclogenesi nel
Mediterraneo centrale, con relativo forte interessamento del
centro-sud Italia, innescata da correnti provenienti dal
nord-atalantico e che sbarca nel Mediterraneo prevalentemente dalla
Valle del Rodano o dalla porta della Bora: sono esattamente le
condizioni in cui il nord Italia viene regolarmente saltato a causa
della protezione offertagli dalle Alpi. Ora, perché mai immaginare
per il futuro un maggiore protagonismo delle correnti atlantiche
delle medie latitudini piuttosto che quelle delle alte latitudini
(correlate alla meridianizzazione), e dunque pensare ad un nord con
clima quasi pluviale, visto che i dati sono assolutamente
contraddittori?
Negli ultimi otto anni poi, anzi possiamo tranquillamente
dire nell’ultimo decennio, le precipitazioni medie nel sud Italia
sono aumentate ben oltre le medie normali per le relative zone,
proprio in corrispondenza di un innalzamento delle temperature medie
(sud Italia, tra le altre cose, che non vive una forte decurtazione
precipitativa neanche in corrispondenza di un flusso prevalentemente
delle medie latitudini atlantiche). Fornisco qui alcuni dati
relativi agli ultimi 8 anni di rilevazione sul territorio salentino
di Sannicola, negli anni che vanno dal 1998 al 2005, che possono
valere per analogia (vorrei dire solo a mo’ di indice o sintomo),
quanto ad incrementi o decrementi percentuali, non solo per l’intero
Salento o la Puglia, ma per l’intero sud Italia. Analizzerò solo i
mesi di ottobre, novembre e dicembre, la cui media normale si
attesta nel paese rispettivamente sui 90, 100, e 90 mm.:
|
OTTOBRE |
NOVEMBRE |
DICEMBRE |
|
65
27
174
17
102
100
86
44
--------
77
- 14%
+ 26,3%
in totale
|
218
186
65
31
76
100
346
148
-----------
146,25
+
46%
|
103
98
68
63
253
91
143
131,5
--------
118,75
+ 31,1%
|
Questo incremento precipitativo, va anche detto, non ha
inizio col finire degli anni ’90, ma va collocato pressappoco subito
dopo la fine della storica siccità del 1988-1990. Si realizza certo
in misura maggiore allorché, come è accaduto almeno dal 2002 in
avanti, le correnti e gli scambi troposferici hanno cominciato ad
avvenire nello scacchiere dell’emisfero nord che a noi interessa
secondo i meridiani.
Certamente tutto ciò può anche essere dovuto al mero caso e
all’alea meteorologica, visto che una meridianizzazione che avesse
visto degli scambi termici con colate d’aria fredda atlantica
spostate a largo dell’Iberia difficilmente avrebbe favorito il sud
Italia come accade invece con colate d’aria fredda che traboccano
dalla Valle del Rodano. Ma rimane comunque quel dato costante della
meridianizzazione, che a detta di molti altri climatologi è tipica
di periodi interglaciali che preludono, però, ad un nuovo
raffreddamento climatico.
I dubbi sulla teoria sopra avanzata, quindi, sono più che
giustificabili, viste anche le cronache di questi ultimi mesi ed
anni (sebbene sul lungo periodo pochi anni significano in
climatologia proprio niente): centrosud Italia col pieno negli
invasi d’acqua e nord a secco. Ricordo, a tal proposito, che i
record, non solo negativi ma anche positivi nei livelli degli invasi
lucani e pugliesi li si sono registrati in questi ultimi anni: così,
l’Occhito in provincia di Foggia è stata collaudata solo nel
2002 dopo la famosa alluvione che colpì il foggiano dopo anni di
siccità, e lo stesso dicasi per la diga di Monte Cotugno a
Senise in Basilicata, la seconda più capiente d’Europa, collaudata
per la prima volta nel gennaio del 2005 e che raggiunge i suoi
massimi storici nel marzo 2006. Ricordo altresì che in Salento
tra il 2002 e il 2004 molte sono le località che per più volte
superano i 1000 mm di pioggia e che la stazione di Lecce
raggiunge il suo record storico per il secolo scorso nel
recentissimo anno 1996 con ben 1343 mm. Menziono, infine, i
verdissimi campi salentini visibili in questi giorni e le riarse
pianure della Padania che vi fanno da contraltare.
Sulla base di ciò non risulta assolutamente agevole parlare
di una spaccatura dell’Italia per i prossimi anni e decenni sul
modello fornito da quella teoria: l’impressione, piuttosto, è che si
sia tutti sulla stessa barca. Per il sud Italia in particolare se
non si può parlare immediatamente di una via inesorabile verso la
desertificazione, altrettanto non la si può escludere, specie
laddove questa significhi impoverimento progressivo dei suoli.
Quest’ultimo fenomeno, infatti, è addirittura compatibile con un
aumento precipitativo come quello registrato sinora, essendo
imputabile all’aumentata evapotraspirazione. Chi poi abbia alternato
osservazioni fenomenologiche a quelle quantitative, avrà avuto modo
anche di corroborare in misura doppia questa affermazione:
precipitazioni molto alte riescono a compensare un’evapotraspirazione
che aumenta, e dunque a mantenere l’equilibrio nella vegetazione,
solo ove le precipitazioni siano ben distribuite. Non è raro,
infatti, notare in questi ultimi anni forti ingiallimenti negli
alberi d’ulivo non alimentati, o la perdita delle foglie in
essenze arboree sempre verdi come il Cistus Monspeliensis,
essenza della macchia mediterranea, in annate con piovosità
mediamente sostenuta.
Sulla base di ciò non si può neanche escludere la validità
di un’altra alternativa teorica, e cioè che le precipitazioni stiano
aumentando al di sopra del 50° parallelo, che stiano decrescendo
alle medie latitudini e che possano aumentare, specie nel semestre
autunno-vernino, nella fascia del 40° parallelo, sempre in
corrispondenza dell’aumento di temperatura.
Non mi sento, naturalmente, di abbracciare questa tesi in
modo acritico, ma mi sento di escludere immediatamente la
plausibilità della teoria con cui si è cominciato a ragionare sin
dall’inizio di questo articolo.
Sannicola, 16/06/2006
Anselmo
Caputo
Collaboratore SuperMeteo.com